Le Domeniche di autunno un po’ uggiose sono quelle che mi piacciono di più e durante le quali mi viene un’irrefrenabile voglia di vagare per i boschi per ammirare i colori giallo/arancio che tingono le caducifoglie.
Qualche Domenica fa ho quindi trascinato mia madre in Veneto, in provincia di Treviso, per andare a trovare una simpatica coppia che da anni condividono la stessa passione per il Bonsai.
In questo articolo vi racconterò dell’essenza del Bonsai, dell’amore e di un uomo che si è dedicato alle sue piante per oltre 65 anni, sto parlando di Armando dal Col.
Vi lascio all’intervista!
G: Le posso chiedere per favore di presentarsi a chi ci sta seguendo?
A: Buongiorno io sono Armando dal Col. Sono nato il 15 Ottobre del 1935, proprio una settimana fa…
G: E com’è nata la sua passione per i Bonsai?
A: è nata da una visione ottica: era l’Estate del 1958 durante il mio servizio militare, io ero negli Alpini, e stavamo finendo il campo estivo. Eravam in Cadore, sulle Dolomiti, sulle Marmarole, sopra Auronzo, e di fronte al nostro portone si ergeva un Larice isolato. Maestoso, immenso, bellissimo! Dissi:” Signor Capitano, guardi Che meraviglia quel Larice!” per indicare l’albero, e l’albero come un flash si appoggiò in miniatura sul palmo della mia mano. Lì ricevetti come un brivido piacevole… E nella mia mente pensai:” Caspita come mi piacerebbe realizzare un albero in miniatura da tenere fra le mani dentro in una ciotola!”. Però ai tempi non ne sapevo granché e non avevo nessuna esperienza di giardinaggio. Il mese successivo, in Settembre, finito il militare ritornai sui luoghi per raccogliere delle pigne di Larici soprattutto perché mi piaceva l’idea di avere piante così robuste; raccolsi anche alcune pietre e anche anche delle pigne di Pini mughi, pini Silvestri e così via… subito ai primi di Ottobre sgretolai questa moltitudine di pignette e le seminai nelle cassette di legno della frutta. Raccolsi un po’ di terriccio e seminai queste piantine.
è stata una piacevole avventura vedendo le prime piantine nascere nel 1959 e devo dire la verità che più della metà dei bonsai che ci sono qui sono nati da quelle semplici piantine dell’epoca e poi negli anni successivi…
La “svolta” è arrivata nel 1960 con la prima Euroflora di Genova dove ebbi l’opportunità di leggere l’articolo così su una rivista e l’articolista scrisse:” Merita assolutamente andare a visitare questo grande evento perché ci sono dei Giapponesi che hanno esposto degli alberi in miniatura coltivati artisticamente in un piccolo vaso”. “Allora si può fare!!” dissi io che già avevo separato delle piantine per trasferirle poi successivamente in piccoli vasetti di terra cotta.
Ce n’erano talmente tanti che penso che fossero 250, 300 piantine… Quindi la difficoltà era anche aumentata nel mantenerli in vita. I miei genitori all’epoca mi dissero:” Ma Armando, cosa vuoi fare di tutte queste piantine?” E io risposi: ”Mah, vorrei fare degli alberi in miniatura in piccoli vasi”.
Comunque con questa notizia di questo grande evento dell’ Euroflora scrissi alla Redazione per cercare di avere qualche risposta. Fortunatamente mi risposero:” Ah signor dal Col, lei ci ha fatto una domanda ma sinceramente non sappiamo risponderle però, per sentito dire, dovrebbe essere una delle arti marziali giapponesi”. Questa fu la risposta.
G:”quindi la definivano un’arte marziale giapponese il far bonsai?”
A:” Sì sì…son rimasto deluso ancora una volta perché pensavo di avere qualche risposta costruttiva. Di conseguenza mi rivolsi alla natura per cercare di comprendere come funzionano gli alberi, i loro comportamenti, i disagi che possono avere dopo violenti temporali e così via.. e quindi tutte queste situazioni “drastiche”, osservandole in natura hanno “plasmato” il mio modo di fare il bonsai, che per me è proprio cercare di imitare la natura nei suoi aspetti.
G: “Bellissimo! quindi per lei il bonsai è imitazione della natura?”
A:”Sì sì, sicuramente sì, Cioè rispecchiare in particolar modo l’ambiente naturale ma con quei particolari in più che nello stesso tempo è anche molto difficile da riscontrare.
Perché il bonsai non è solo un rapporto di miniaturizzazione per tenere l’albero piccolo ma deve esprimere una forte sensazione di Naturale perché altrimenti è una semplice pianta in vaso ridotta. Anche una pianta da vivaio tradizionale potrebbe essere un bonsai in realtà non è così perché deve esprimere una sensazione di una scena naturale forte!”
G:” continuando la storia, lei ha avuto quindi un primo “imprinting” col Giappone grazie a Euroflora, dopo di che come si è sviluppato il suo rapporto con il paese del Sol Levante?”
A:” Beh, è stata una forte emozione quando andai la prima volta in Giappone per cui anche vedere i giardini stessi che sono realizzati e curati in maniera quasi ossessiva, però tutto con estrema naturalezza, semplicità. Avevo scoperto che tutta questa situazione paesaggistica si rifà al concetto della filosofia Zen quindi mi ero messo a studiare anche il principio del buddhismo, quello proprio collegato alla filosofia Zen che soprattutto è profondo rispetto per la natura, sensazione di calma e semplicità e sentirsi un tutt’uno con l’ambiante naturale.”
G:” La prima pianta che lei ha definito Bonsai dopo che è stato in Giappone, dopo che ha imparato il buddismo è parte di quest’arte?”
A:” Nel ’58, in Settembre, quando appunto ritornai sul luogo in cima alle Dolomiti, raccolsi delle pigne di Larici e raccolsi anche tre quattro rocce. Una è questa (mostrando la roccia) e in cima al cucuzzolo della pietra sgretolai due, tre scaglie della pigneta del Larice. Una piantina nacque nel ’59 però era troppo debole e durante l’inverno morì. E questa invece è nata in Aprile del ’60. è sopravvissuta e la radichetta con gli anni si è infilata nella fessura della roccia e l’ha divisa in due… quindi è incredibile!”
G:” Lei rispecchia di più, secondo il suo parere, un modo di fare bonsai più giapponese o più cinese?”
A:” Beh io sinceramente preferisco quello giapponese che è anche più artistico se vogliamo. Però devo dire che anche adesso mi incominciano a piacere anche quelli cinesi perché hanno modificato leggermente il loro modo di fare bonsai… si sono spostati un pochettino anche loro più verso quello giapponese.”
G:”E quindi lei sostanzialmente ha iniziato con i bonsai tramite i semi, un rapporto che parte proprio dal principio da una germinazione di un qualcosa di così minuscolo, e li ha curati poi per anni e anni. sono diventati praticamente parte della sua famiglia…”
A:” Sì, è diventata una passione un’ossessione anche se vogliamo così. Questa passione per fortuna continua ad alimentarmi e questo lo devo anche soprattutto a mia moglie che si è appassionata moltissimo ed è diventata anche piuttosto brava!”
G:” Molti appassionati, anche soprattutto in Italia, partono col Bonsai proprio dal seme, che consiglio dà a loro?”
A:” Al giorno d’oggi è difficile trovare fra i bonsaisti qualcuno che parta dal seme perché vogliono tutto e subito, e quindi sparisce un po’ anche quel concetto di pazienza, di concentrazione con la natura, di vivere l’albero nella sua evoluzione partendo proprio da zero. Secondo me perdono un qualcosa di molto importante. Io consiglio di non partire esclusivamente da seme perché ci vuole troppo tempo ma di abbinare anche delle piante anche un po’ avviate o dei pre-bonsai possibilmente, ma anche piante da vivaio che abbiano del potenziale buono.
G:” Il suo stile preferito?”
A:” Quello che che mi affascina è il Literati, il Bunjin, perché hanno pochi rami. Il tronco è anche leggero però ha un bel movimento che che si rifà un po’ alla grafia. A differenza degli altri stili, che hanno delle regole ben precise, il Bunjin è un stile libero che rispecchia più la personalità di chi l’ha creato.”

G:” Le posso chiedere qualche informazione in più per quanto riguarda il Patriarca, per favore?”
A:” Diciamo che la la mia notorietà in particolar modo la devo proprio a questa pianta. Trovai questo faggio, o questa massa arbustiva nel 1970 in mezzo alle rocce.
Quando mi avvicinai rimasi un po’ a mareggiato perché tronco e rami erano pieni di pallini di carabina, perché i cacciatori sparavano a questa massa arbustiva. Avvicinandomi fu quasi una proposta, un desiderio… gli dissi:” Caspita Amico mio sei proprio mal messo, come mi piacerebbe portarti a dignità di albero dentro un vaso bonsai”.
Quindi avevo con me un seghetto tascabile e gli diedi una grande riduzione alla pianta. Lo curai per 5 anni sul posto dando nutrimento e acqua quando non pioveva per lungo tempo. Insieme ai rami tagliai anche una grossa radice che debordava da una roccia. Gli anelli erano talmente fitti, che con difficoltà riuscì a contarli… Quindi se è vero che ogni anello è un anno anno, più anno meno, la pianta aveva oltre 200 anni! Scrissi quindi un articolo alla Nippon Bonsai Association spiegando un po’ com’era questa pianta. L’articolo piacque moltissimo e fui il primo occidentale a essere pubblicato sulla rivista ufficiale del Giappone. L’articolo lo lesse anche l’Imperatore Hirohito, che rimase stupito “Ah, però! questo signore italiano che ha una mentalità tutta giapponese!”. Interpellò il suo maestro vasaio di fiducia e gli disse: “Senti fagli un vaso speciale per la pianta di questo signore italiano!” però, disse attraverso la Nippon Bonsai: “Dica a questo signore italiano che deve pazientare”. Il vaso comunque mi arrivò dopo 3 anni e mezzo!”
In gennaio dell’ ’86 la Nippon Bonsai mi scrisse se desideravo partecipare al primo grande concorso internazionale e il faggio mi portò il Giappone…
Mi dettero una pergamena scritta in lingua inglese: “Faggio di Armando dal Col, Italy, premio eccellenza illuminato. l’Italia è grande! l’organizzazione della Japan Bonsai Association kyookai ha esposto alla Mostra Mondiale Bonsai Mizuishi il tuo faggio, ha aggiunto brillantezza a questa mostra con questa pianta eccellente quindi mi illumino.”
G:” Che poesia! è una storia bellissima, Grazie veramente!”
A:” Mi piacerebbe risvegliarmi fra qualche secolo per vedere come sono mutati i miei Bonsai nel corso di questo lungo periodo, e lasciare alle generazioni future questa grande esperienza che ormai quest’anno sono 65 anni di bonsai… credo che pochissime persone al mondo, Giappone compreso, abbiano un’esperienza così lunga. E io non lo conoscevo fra l’altro! Quindi è come se l’avessi inventato!”
G:” è una cosa genuina, sua, è una sua arte!”
A:” Sì sì sì, quindi questo rapporto con le mie piante giornaliero, costante mi aiuta a sentirmi anche meglio con me stesso… non per niente il mio giardino Bonsai l’ho chiamato: il Giardino Bonsai della Serenità”


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